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P R E F A Z I O N E ALLA PRIMA EDIZIONE di mons. Franco Peradotto Carissimo Don Antonio, ti ringrazio per avermi fatto conoscere Silvio, Ti ringrazio perché farai conoscere ad altri – e spero siano davvero moltissimi – questo ragazzo che ha mostrato che cosa significhi essere “adulti nella fede”, indipendentemente dagli anni e dall’età. Si va da tutte le parti ripetendo che i ragazzi di oggi sono senza coraggio e senza impegno, condizionati dalle mode e dai mass-media (cinema, televisione, giornali …). Tu, raccogliendo semplicemente delle testimonianze, senza forzare con commenti ed interpretazioni i brevi anni di vita di Silvio, confermi, invece, quella che è stata una convinzione di sempre nella pedagogia cristiana, che ha fiducia nel mondo giovanile e non ha mai temuto di presentare coraggiosi progetti: la maturità e il senso di responsabilità possono venire suscitati in ogni momento ed in ogni tappa della vita. Così Silvio, a dodici anni, ha dato la sua testimonianza di credente (che è poi la vera maniera di mostrarsi “protagonisti nella Chiesa”!) e continuerà ad offrirla a coloro che avranno il desiderio di conoscerlo mediante queste pagine. Lo so che ogni educatore ed ogni pedagogista vorrebbe presentare e proporre ai ragazzi ed ai giovani soltanto progetti e programmi lieti: quasi che la vita fosse solo allegria e gioia o, peggio, una “paese dei balocchi” da vivere secondo una fantascienza decantata nei libri e fatta sognare attraverso il video. Un sincero cammino educativo deve prevedere –anche se, per fortuna, quasi mai così drammatici come quelli di Silvio – momenti ed esperienze faticose e sofferte. La pedagogia del disimpegno e dei facili sogni non costruisce persone. Ma Silvio si è costruito (e lo hanno aiutato i suoi genitori e coloro che gli sono stati vicini) non solo puntando sulle doti naturali che, a quanto intuisco dalle testimonianze qui raccolte e dai suoi stessi appunti e diari, debbono essere state notevoli. Silvio si è costruito sul Vangelo e sulla identificazione con Cristo, con una fedeltà che suscita continuo stupore. Penso a frasi come queste: “Io soffro come quando Tu trasportavi la croce!”; “Gesù, credo che Tu mi vuoi bene!”, frasi che accompagnano una lucidissima coscienza del male gravissimo, la cui irreversibilità è diventata ben presto convinzione permanente in Silvio e la cui incidenza è riassunta nella sua drammatica domanda: “Ma proprio ventiquattro ore su ventiquattro?”. A questo punto mi tornano alla mente le parole di Giovanni Paolo II ai giovani torinesi che lo hanno accolto con entusiasmo in piazza Maria Ausiliatrice la domenica 13 aprile 1980: “L’adesione a Cristo non comprime, ma dilata ed esalta le “spinte” che la sapienza di Dio Creatore ha deposto nelle vostre anime. L’adesione a Cristo non mortifica, ma irrobustisce il senso del dovere morale, dandovi il desiderio e la soddisfazione di impegnarvi per qualcosa che veramente vale e premunendo lo spirito contro le tendenze, oggi non di rado affioranti nell’animo giovanile, a “lasciarsi andare” o nella direzione di una irresponsabile e neghittosa abdicazione, o nella via della violenza cieca e omicida”. Grazie, Don Antonio, per averci mostrato – raccogliendo la testimonianza su Silvio – che la proposta pedagogica di Giovanni Paolo II è traducibile nella realtà e nella esperienza concreta. Sac. Franco Peradotto Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Torino Torino, nella festa della SS. Trinità, 1° giugno 1980
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